COVID-19 Conseguenze psicologiche della pandemia

Ansia, depressione e disturbi post-traumatici da stress, ecco cosa si porta dietro l’emergenza-virus, come stanno appurando i servizi di psicologia clinica delle Ausl della regione Emilia-Romagna che, dal 17 febbraio scorso, hanno preso contatto con circa 2.740 persone. Perlopiù al telefono (77,6% dei casi) visto che le precauzioni anti-contagio rendono impossibili i colloqui vis-à-vis. Oppure a tu per tu in ospedale in appositi sportelli, quando è stato possibile, soprattutto coi sanitari in prima linea (13,8%). E poi via mail o videochiamate, ma in misura molto minore. 

Il fronte più caldo è quello piacentino, la provincia italiana dove l’indice di mortalità da coronavirus, in rapporto alla popolazione, è il più alto d’Italia con 817 morti, più ancora di Bergamo, Brescia e Cremona. E’ qui che gli psicologi dell’Ausl hanno compiuto il lavoro maggiore fra i parenti dei deceduti, oltre che sul personale sanitario, spiega Luca Brambatti, responsabile del programma di Psicologia clinica e di comunità: «85 operatori sanitari si sono rivolti direttamente al nostro sportello all’ospedale perché avevano la sensazione di non riuscire a far fronte alla situazione, nonostante non si fermassero mai».

Un numero telefonico è stato messo a disposizione di chiunque sentisse bisogno di aiuto, poi sono stati gli stessi psicologi a chiamare a casa le persone che avevano subìto un lutto: «Ne abbiamo contattate circa 500 e abbiamo stimato che il 10-12% siano a rischio o bisognose di intervento psicologico immediato – aggiunge lo specialista -. Li abbiamo ascoltati per sostenere il dolore e la solitudine, dato che erano persone a loro volta in quarantena e che in molti casi non hanno potuto salutare i loro defunti, né abbracciare i loro parenti».

In questo modo viene a mancare l’elaborazione fisiologica del lutto, per non parlare dello choc di chi si è visto portare via da casa un congiunto da operatori bardati con maschere e tute per poi sapere della sua morte a distanza di qualche giorno, immagine ricorrente fra i racconti raccolti dagli psicologi. «Una signora di 95 anni mi raccontava che da giovane era sfuggita ai tedeschi sdraiandosi in un fosso e che durante la guerra almeno sapeva di poter scappare in montagna, mentre ora non sapeva dove nascondersi», dice Brambatti.

Ci sono i sensi di colpa per non aver potuto assistere il proprio congiunto all’ospedale e ci sono le testimonianze di chi, come la donna che ha chiamato i soccorsi a casa perché venissero a prendersi il marito che stava malissimo, si rimprovera perché «non sono neanche riuscita a chiudergli la felpa». In questo panorama di sofferenza, c’è anche la parte piena per ben oltre la metà dello stesso bicchiere, dato che il 10-12% di “codici rossi” rilevati dal servizio significa che c’è quasi il 90% “che è riuscito a superare il problema”. In generale, mogli e mariti anziani sono quelli che hanno reagito meglio.

Per la fase 2 non c’è da farsi illusioni: «Ci aspettiamo una ricaduta sia fra i medici che fra la popolazione generale – dice lo psicologo piacentino -. E’ probabile che col ritorno alla normalità aumentino le psicopatologie e i disturbi da stress post traumatico». Un po’ come succede in guerra, con tutte le differenze del caso. E poi, quando l’emergenza cesserà, bisognerà occuparsi anche dei pazienti già in carico ai servizi, dai bambini seguiti dalle neuropsichiatrie agli adulti, fino ai tossicodipendenti e ai dipendenti dal gioco. Tutte persone per cui l’assistenza ordinaria si è dovuta interrompere.

da LA STAMPA 25 aprile 2020

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