Test di Rorschach in Tv: ma quanta leggerezza?

Il Fatto Quotidiano –  24 febbraio 2015

Sono passati quasi cento anni da quando, nel 1921, lo sconosciuto Hermann Rorschach pubblicava una ricerca strana. Si trattava di quindici macchie di inchiostro costruite lasciandone cadere alcune gocce su un foglio di carta e piegandolo poi in due. Le aveva sottoposte a un centinaio di suoi pazienti, dato che faceva lo psicanalista e aveva raccolto le risposte. Un lavoro certosino di ricerca, durato dieci anni. Era convinto che con quel test si potesse comprendere qualcosa di profondo sulla personalità della gente, ma allora è poco più di un’intuizione. Intanto raccoglieva, accumulando dati su dati. Purtroppo, un solo anno dopo la pubblicazione del test, ridotto a 10 tavole per contenere i costi di stampa, Rorschach perdeva la vita per un errore diagnostico. Scherzi del destino. Il suo test, come spesso accade con le invenzioni più strabilianti, venne riscoperto solo nel 1938 diventando il celebre “test delle macchie di Rorschach” come lo conosciamo oggi. Continua a leggere

Attacchi di Panico – Intervista di Barbara Prampolini, Presidente PIP (Pronto Intervento Panico)

Dott.ssa, lei è una Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, puo’ spiegarci di cosa si tratta?

panicoLa Psicologia, si occupa dei problemi emotivi e della percezione di sé e del mondo ormai da più di 100 anni e ancora prima se ne occupavano i filosofi. Possiamo dire che un approccio teorico efficace alla gestione dei problemi emotivi – in generale quindi alle psicopatologie – coincide con la comparsa e la diffusione, nel mondo della psicologia, del modello cognitivo comportamentale (Cognitive Behavioral Therapy CBT), negli anni Sessanta.

Tale modello postula una complessa relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti, sottolineando come molti dei nostri problemi (che possiamo definire disfunzionalità emotive) siano influenzati da ciò che facciamo e ciò che pensiamo nel presente, qui ed ora.

Questo vuol dire che agendo attivamente ed energicamente sui nostri pensieri e sui nostri comportamenti attuali, possiamo liberarci da molti dei problemi che ci affliggono da tempo e che certamente abbiamo costruito nel tempo. Mi preme quindi sottolineare, che la CBT non è indifferente al passato e alla narrazione del paziente, sono piuttosto le tecniche che agiscono sul qui e ora. Continua a leggere

Addio a Jervis: Lo psichiatra che rivelò Basaglia, ma si allontanò dai basagliani

da Aipsi-Med

gardinmanicomioPer la sua onestà intellettuale fu lasciato da parte dai politici italiani.
Uno dei principali protagonisti di quella stagione innovativa della psichiatria italiana che si è svolta tra gli anni Sessanta e Settanta è stato Giovanni Jervis che ha saputo impegnarsi con coraggio. Nella prassi e nei risvolti culturali Jervis ha rappresentato in quell’epoca una voce distinta, autonoma. Se la scienza dell’anima ha molti padri, a cominciare da Freud, Jervis seppe coglierne la grandezza e i limiti, senza mai subire il fascino acritico dell’ autorità. Proprio per la sua onestà intellettuale è stato poi lasciato da parte dai politici italiani.

Jervis sosteneva che i maestri vanno amati e seguiti, ma senza trasformarli in miti ingombranti che offuscano la nostra intelligenza critica. Così si comportò con Freud e la psicoanalisi, i cui effetti a un secolo di distanza riteneva fossero diventati più culturali che scientifici. E con lo stesso metro reagì nei riguardi di Franco Basaglia. Probabilmente per la medesima ragione, per un suo imperativo etico di dire i fatti nella loro concretezza, per un dovere verso gli altri, ha scritto l’ultimo libro, “La razionalità negata: psichiatria e antipsichiatria in Italia”, insieme a storico della medicina, Gilberto Corbellini, in cui racconta la cultura e gli avvenimenti di quegli anni che si concludono con la legge 180. Si parte dall’esperienza di Gorizia, ancora nella prospettiva delle comunità terapeutiche avviate nel mondo anglosassone. Da un lato Basaglia diventa vittima della sua fama, dall’altro i media, giornali e tv, tendono a semplificare,intervistando gli psichiatri alla moda e catalogando tra i positivi quelli contro il manicomio e tra i negativi quelli a favore, facilitando lo sviluppo delle più diverse credenze come se la psichiatria delle medicine fosse oppressiva e quella delle parole no, o che parlare di genetica rispetto al comportamento umano fosse “di destra”. Continua a leggere

Cos’è la terapia razionale emotiva

La Terapia Razionale Emotiva – RET si basa sulle seguenti supposizioni:

a) ciò che un individuo dice a se stesso, ha un valore determinante nella sua condotta

b) il metodo consiste in uno strumento per la modifica di tali verbalizzazioni

La Terapia Razionale Emotiva (RET), è una terapia cognitivo-comportamentale  basata sull’idea che tanto le emozioni, quanto i comportamenti, siano il prodotto delle convinzioni di un individuo e della sua interpretazione della realtà (Ellis, 1962). La meta principale della RET consiste nell’assistere il paziente nell’identificazione dei suoi pensieri irrazionali e dei disturbi, aiutarlo a rimpiazzare tali pensieri con altri più “razionali” o reali, che gli permettano di raggiungere con più efficacia obiettivi di tipo personale, quali essere felice, stabilire relazioni con altre persone, ecc… (Ellis y Dryden, 1987).La RET è stata fondata da Albert Ellis nel 1955, ma continuò a consolidarsi fino al 1962. Da un punto di vista fìlosofico, la RET si riallaccia a due correnti antiche: la filosofia orientale, con Buddha e Confucio, che afferma “Cambia il tuo atteggiamento e potrai cambiare te stesso”, e quella dei filosofi greci e romani come Epicteto y Marco Aurelio (Vedi: Susuki, 1956 e Watts, 1959-1960, citati da ElIis, 1980), che evidenziarono l’importanza della filosofia individuale nel disturbo emozionale. Millenni fa hanno dato origine alla prospettiva cognitiva, enunciando così l’ABC della RET.

Il quadro fìlosofìco della RET si basa principalmente sulla premessa che: “il disturbo emotivo non è creato dalle situazioni, ma dalle interpretazioni di tali situazioni” (Epicteto, I sec. d.C., citato da Lega, 1995). In un’intervista fattagli da Leonor Lega (1995), Ellis afferma quanto segue: “Il postulato che sostiene ‘non ci preoccupano le cose, ma la visione che abbiamo di esse’, è diventato la base di ciò che più tardi è stata la RET, come la descrivo nel mio libro Ragione ed Emozione in Psicoterapia. Sono stato anche influenzato da filosofi più recenti come Kant e dai suoi scritti sull’importanza delle idee, e da persone come Russel, dal quale è derivata l’idea di usare metodi empirici della scienza e della logica nella pratica della RET” (ElIis, 1989, citato da Lega, l995). Dal punto di vista psicologico Ellis è stato anche influenzato da Karen Horney, Alfred Adler, e da Watson. Il modello ABC, usato dalla RET per spiegare i problemi emozionali e determinare l’intervento terapeutico per aiutare a risolverli, ha come fulcro principale il modo di pensare della persona, la maniera in cui il paziente interpreta il suo ambiente, e le connessioni e le convinzioni che ha sviluppato su se stesso, sulle altre persone e sul mondo in generale (Ellis, 1975). Quando tali interpretazioni o convinzioni sono illogiche, poco empiriche o rendono difficile il raggiungimento delle mete stabilite dal paziente, sono chiamate “irrazionali”, giacché la persona ragiona male ed arriva a conclusioni errate. Se accade il contrario, nelle sue interpretazioni ed inoltre nella sequenza scientifica e logica tra le premesse e le conclusioni, le convinzioni della persona sono “razionali”, giacché il ragionamento è corretto e la filosofia basilare di quella persona è funzionale (Ellis, 1982). Continua a leggere

Il segreto della longevità? Non infiammarsi.

Dal Corriere Salute di Agnese Codignola
Una ricerca appena uscita sulla rivista Pnas conferma il ruolo dell’infiammazione tra i meccanismi deterioramento organico.  Lo straordinario aumento della vita media registrato negli ultimi 250 anni ha almeno due responsabili noti: la diminuzione delle infezioni circolanti tra la popolazione e quella delle infiammazioni, che da sempre affliggono l’umanità.
Lo conferma uno studio appena pubblicato sulla rivista PNAS, nel quale gli esperti dell’Andrus Gerontology Center dell’Università di Los Angeles capitanati da Eilee Crimmins, sono andati a rileggere i dati di mortalità di alcuni Oaesi europei risalenti alla metà del settecento e li hanno confrontati con altri parametri, rapportando poi il tutto alle diverse fasce d’età. Continua a leggere

Quella nebbia è calata sull’anima

dal Corriere Salute

La depressione non è la tristezza o la sottile malinconia che possono provare tutti nella vita. È una malattia come le altre. E come queste va accettata e curata, con prontezza e senza vergogna.
■ Come riconoscerla per individuare con precisione quali sono i suoi veri segnali e le sue conseguenze, imparando a distinguerla dalla normale tristezza, dalla malinconia o dall’ansia
■ Come capirla per sapere che va accetata e trattata come una qualsiasi altra malattia, da affrontare con tempestività, coraggio e fiducia, senza nessuna vergogna, paura o senso di colpa
■ Come curarla con l’aiuto dei farmaci e delle altre terapie a disposizione, che possono fare uscire da questo tunnel buio dell’anima nel 70-80 percento dei casi. Continua a leggere

Spazza via il dolore col pensiero

Da una ricerca americana
Gli esperti hanno studiato la zona del cervello dedicata al dolore scoprendo che concentrandosi si può stare meglio
STANFORD (Usa) – Pensa che ti passa. Il dolore si può combattere con la concentrazione. Non è una tecnica new age che si rifà a concetti esoterici come vibrazioni o energie, ma uno studio presentato dai ricercatori di Stanford e dall’azienda del settore Omneuron. Le porte della percezione sono infinite e soggettive e il dolore continua a rimanere oggetto di studio e avvolto nel mistero. Ma la sofferenza fisica si combatte scientificamente anche con il pensiero, come ricorda Wired.
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