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Il segreto della longevità? Non infiammarsi.

Dal Corriere Salute di Agnese Codignola
Una ricerca appena uscita sulla rivista Pnas conferma il ruolo dell’infiammazione tra i meccanismi deterioramento organico.  Lo straordinario aumento della vita media registrato negli ultimi 250 anni ha almeno due responsabili noti: la diminuzione delle infezioni circolanti tra la popolazione e quella delle infiammazioni, che da sempre affliggono l’umanità.
Lo conferma uno studio appena pubblicato sulla rivista PNAS, nel quale gli esperti dell’Andrus Gerontology Center dell’Università di Los Angeles capitanati da Eilee Crimmins, sono andati a rileggere i dati di mortalità di alcuni Oaesi europei risalenti alla metà del settecento e li hanno confrontati con altri parametri, rapportando poi il tutto alle diverse fasce d’età. LO STUDIO – In particolare, i gerontologi si sono avvalsi di alcuni archivi nazionali: quello svedese, inaugurato nel 1751, quello francese, nato nel 1806, quello britannico, che ha avuto inizio nel 1841 e quello svizzero, inaugurato nel 1876; al momento delle prime registrazioni la vita media era, rispettivamente, di 34 anni in Svezia, di 38 in Francia, di 42 in Gran Bretagna e di 45 anni in Svizzera. L’elemento più chiaro emerso, pur con alcune differenze tra stato e stato, è la corrispondenza tra la diminuzione della mortalità infantile e l’allungamento della vita media, tendenza che si conferma per la mortalità tra i quindicenni e che è affiancata da un altro fattore: il costante aumento dell’altezza media della popolazione.
MENO INFIAMMAZIONI PIU’ ANNI – Secondo gli autori, che per confermare la tesi hanno eseguito complessi calcoli matematici, tutto ciò è collegato, poiché l’allungamento della vita media sarebbe dato dal minor numero di infezioni, comprovato dalla decremento della mortalità infantile, e da una diminuzione generalizzata del livello delle infiammazioni, dimostrato dall’aumento della statura media. Lo studio conferma quanto segnalato già in altre ricerche, e cioè che i processi infiammatori (e tutte le malattie che da essi derivano, giochino un ruolo molto importante sulla durata della vita, al pari dell’incidenza delle infezioni, un tempo grande killer dell’umanità. Ne è convinto, tra gli altri, Claudio Franceschi, immunologo dell’Università di Bologna che da anni cerca di carpire i segreti dei centenari per capire che cosa garantisca loro un’esistenza così lunga e, nella maggior parte dei casi, relativamente sana.
IL MOTIVO – E’ Franceschi stesso che racconta come si è arrivati a pensare all’infiammazione: «Più ci si addentra nel dedalo degli intrecci tra genetica e ambiente più emerge che la longevità è data da un insieme di fattori interdipendenti, tra i quali il livello di infiammazione. Lo abbiamo capito grazie agli studi condotti su un gruppo di persone molto speciali: i centenari, cioè uomini e donne che sembrano passare indenni attraverso i malanni che affliggono i loro coetanei e raggiungono età molto avanzate in uno stato di salute buono, quando non ottimo. Alcuni anni fa si è infatti iniziato a pensare che proprio partendo da uno studio approfondito di costoro, che tenesse presenti le caratteristiche genetiche ma anche quelle sociali, ambientali e antropologiche, si sarebbe potuti giungere ad alcune risposte valide per tutti. Sono così partiti i primi progetti che hanno fatto emergere, per esempio, il ruolo fondamentale della dieta, perché quasi tutti i centenari hanno un indice di massa corporeo (il parametro dato dal rapporto tra il peso e l’altezza) molto basso, cioè sono magri. Un altro elemento balzato con forza all’attenzione dei ricercatori è che questi soggetti sembrano protetti dal diabete e dalle condizioni che ne favoriscono lo sviluppo quali la resistenza all’insulina e la cosiddetta sindrome metabolica. Inoltre la predisposizione naturale all’infiammazione, diversa da persona a persona, si è dimostrata cruciale: coloro che hanno una forte risposta immunitaria agli agenti esterni hanno un beneficio nella prima parte della loro esistenza, ma sono penalizzati durante la vecchiaia, come pure coloro che hanno una malattia autoimmunitaria, nei quali cioè vi sono autoanticorpi diretti contro un loro stesso organo, in genere non vivono troppo a lungo; oggi non è raro sentire parlare di inflammaging, cioè dello studio del ruolo dell’infiammazione nell’invecchiamento». Queste alcune indicazioni, spiega l’immunologo, accompagnate da studi sugli animali – ma anche su organismi inferiori come alcuni vermi e perfino lieviti – che suggerivano l’esistenza di un substrato genetico comune, conservato durante l’evoluzione in quanto fondamentale per la sopravvivenza della specie.
I GENI DI MATUSALEMME – E’ così iniziata la grande caccia ai geni di Matusalemme (così è stato chiamato uno dei primi topi geneticamente modificati per vivere molto più a lungo dei suoi cospecifici), questa volta a partire dagli organismi più semplici per giungere via via a quelli più complessi. Ma il completamento di varie sequenze del DNA delle specie indagate e, soprattutto, di quello umano, ha fatto capire che se da una parte la genetica è fondamentale, perché le persone che vivono più di un secolo esprimono una serie di varianti (dette polimorfismi) che li rendono in parte diversi dagli altri, dall’altra contano, e molto, elementi come l’ambiente e la famiglia in cui si cresce, le abitudini, il clima, l’alimentazione e altro. «Oggi» chiarisce ancora Franceschi, «sappiamo che la componente genetica, che prima degli 80 anni regola non più del 20 per cento di quanto accade a una persona, dopo quest’età entra in gioco con prepotenza, per esempio consentendo di reagire meglio a una serie di fattori quali i famigerati radicali liberi, che danneggiano il DNA e ne accelerano l’usura fino a che questa raggiunge un punto di non ritorno. Risultato: i grandi vecchi non si ammalano di cancro, non hanno ictus o altre malattie cardiovascolari gravi, non sviluppano diabete. Alcuni dei geni che rendono possibile questa sorta di slalom tra i big killer ormai li conosciamo e li ritroviamo durante tutta la catena dell’evoluzione, dai lieviti all’uomo: per esempio sono quelli della famiglia daf, che regolano l’espressione dell’insulin-like growth factor e dei suoi recettori, oppure quelli che controllano la vita e le relazioni di organelli posti dentro le cellule che stanno rivelando continue sorprese, al punto che si parla ormai di una medicina specifica: i mitocondri. Altri li stiamo cercando; molte risposte sono attese da un grande studio europeo che stiamo conducendo in collaborazione con l’Istituto di genomica Bejing di Pechino, chiamato Genetics of Healthy Ageing».

UN MEGA-DATABASE – L’obiettivo dello studio è audace: reclutare, in 11 paesi diversi, 2.800 coppie di fratelli e sorelle centenari, al fine costituire un immenso database con tutte le informazioni possibili e di valutarle tutte insieme, dando a ognuna un valore relativo dipendente anche dal contesto sociale (è molto diverso, per esempio, essere una donna ultranovantenne in Francia o un uomo – per natura meno predisposto ad andare avanti con gli anni – nella campagna cinese) fino a far emergere gli elementi comuni o le discrepanze più significative. A che scopo? Per individuare i punti critici sui quali intervenire (farmacologicamente o, in futuro, geneticamente) e poter assicurare al maggior numero di persone possibile una vecchiaia sana e, di conseguenza, anche più lunga. Il che, visti gli andamenti demografici attuali, è un’esigenza non più rinviabile di tutte le società moderne, che presto non saranno più in grado di reggere l’onda d’urto di una popolazione sempre più vecchia e sempre più bisognosa di terapia lunghe anni.


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